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Radioamatori che hanno fatto la storia!

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Re: Radioamatori che hanno fatto la storia!

Messaggio Da IK7TAB il Sab Lug 22, 2017 12:40 pm

Guareschi e la radio


Buongiorno ed eccomi qui a raccontarvi Guareschi e la radio, che riunisce i lavori che il grande giornalista e scrittore di Don Camillo e Peppone svolse per conto della radio italiana nell'immediato dopoguerra. Tra le produzioni più celebri ci furono le ventinone trasmissioni di Signori entra la Corte, una formula di radiodramma antesignano delle moderne trasmissioni televisive di carattere giudiziario. Nei suoi processi radiofonici, creati per conto di uno sponsor pubblicitario, Guareschi rimandava il verdetto agli ascoltatori stessi. La serie godette di enorme successo, tanto da essere ripresa persino dalla BBC.
Anche quando era internato in un campo di concentramento per ufficiali, in Germania, Guareschi riuscì a "fare radio", come racconta questo articolo di Alessandro Ferioli per Nuova Storia Contemporanea. Su Oggi, nel 1946, Guareschi raccontò le vicende di "Caterina", un apparecchio ricevente costruito con mezzi di fortuna dagli ufficiali rinchiusi nel campo di concentramento di Sandbostel. 



Signori entra Guareschi
Il lavoro radiofonico dell’artefice di don Camillo e Peppone
di Guido Conti

Pochi sanno che Giovannino Guareschi (1908-1968), l’autore di Don Camillo e Peppone, è stato anche un vignettista satirico, un fotografo, un umorista, un fondatore di giornali, uno sceneggiatore, un autore di teatro, un polemista politico, un illustratore, un autore di pubblicità per caroselli, un paroliere per canzoni e, non meno importante, un autore radiofonico.
Guareschi e la radio, Milano 1947-1949, a cura di Alberto e Carlotta Guareschi raccoglie il lavoro di Giovannino alla radio nel dopoguerra, con i ventinove processi di «Signori, entra la corte», con il verdetto lasciato ai lettori, e «Caccia ai ricordi», un programma dove l’autore, invitava ad indovinare l’anno di cui si parlava con indizi e notizie raccolte dalla Domenica del Corriere. Entrambi erano nati per campagne pubblicitarie, la prima per le pastiglie per la gola «Resoldor» della ditta Gazzoni di Bologna, l’altra, per il Calzaturificio di Varese. Un aspetto, questo della committenza pubblicitaria assolutamente nuovo e da studiare nel lavoro letterario del Novecento.
Negli Anni Trenta, durante il fascismo, la radio si diffonde capillarmente, entrando nelle case di quasi tutte le famiglie italiane. Il nuovo media attira gli umoristi: Cesare Zavattini e Carlo Manzoni, Marcello Marchesi, Vittorio Metz e non ultimo il giovane Federico Fellini scrivono radiodrammi, monologhi e sketch umoristici. Sono questi scrittori, non considerati dalle storie della letteratura ufficiale, i veri figli del futurismo, quelli che utilizzano e lavorano con la radio, il cinema e la televisione, i giornali, i fumetti, le storie illustrate, esplorando le potenzialità narrative dei nuovi mezzi di comunicazione popolare, uscendo dai generi tradizionali del racconto e del romanzo per inventarsi forme e strategie nuove di racconto, anche illustrato, prima di allora impensabili: valga come esempio il radiodramma o il soggetto e la sceneggiatura per il cinema.
Il lavoro di Giovannino prima della guerra è volto al varietà, alla commedia, al racconto umoristico leggero, con programmi come «Dimmi il tuo nome» con lezioni sull’onomastica, e «Grattacielo n.15», un programma comico dove ogni puntata è ambientata in un piano di un grattacielo. Dopo due anni di lager, dove lavorò anche alla radio B90 con programmi umoristici per gli internati, Giovannino torna a Milano e qui lavora tra il 1947 e il 1949 ai radioprocessi che attireranno perfino l’interesse della Bbc per una traduzione e trasmissione presso la radio inglese, anticipando «Forum», il processo televisivo con tanto di pubblico votante in sala.
Il periodo che va dal 1947 al 1949 è quello che precede le prime elezioni del 1948 e segue il primo governo democratico, nel clima turbolento e fratricida del dopoguerra: protagonisti dei processi radiofonici sono i reduci, i borsari neri, la nuova criminalità. La seconda serie dei processi avrà invece un taglio più «giallo». Il successo fu enorme, non senza polemiche, poiché mancarono i commenti alle scelte dei lettori. Sotto la veste umoristica e processuale Giovannino invitava gli italiani a riflettere su problemi morali di un’Italia che usciva dalle macerie della guerra con intelligenza, toccando il cuore degli ascoltatori.
I titoli sono suggestivi: La bicicletta impegnata, Il delitto di Mezzafaccia, Un morto resuscitato. Nella serie della «Caccia ai ricordi» troveremo protagonisti la famiglia di Giovannino, con la Margherita del Corrierino delle famiglie, la più grande saga letteraria di una famiglia italiana raccontata settimanalmente dal 1937 al 1968.
La radio è un capitolo appassionante del lavoro poetico di Giovannino, e non deve essere disgiunto ma integrato al resto del suo complesso progetto letterario, in un’idea di continuità di modi e forme che coinvolgono il suo lavoro di umorista e di narratore, specialmente nel lavoro di sceneggiatore per il cinema. Le opere della radio hanno un’ideale continuità di modi e forme con i racconti che escono a puntate sui giornali, e devono essere rilette alla luce del lavoro narrativo di Giovannino, a dimostrazione, ancora una volta, di quanto le sue battaglie, le sue resistenze umane e civili, siano profondamente legate al suo lavoro di scrittore e di umorista. Il volume che raccoglie il suo lavoro radiofonico in uno dei periodi più caldi della nostra repubblica, è un capitolo essenziale per capire l’Italia di allora e di oggi.

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Re: Radioamatori che hanno fatto la storia!

Messaggio Da IK7TAB il Gio Lug 20, 2017 12:33 pm



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Re: Radioamatori che hanno fatto la storia!

Messaggio Da IK7TAB il Gio Lug 20, 2017 12:20 pm

Perdonatemi se non ho la foto di Ivo Pastorino Arnaldo Colombo Frate. Se n' è andato il 23 gennaio, a 102 anni. Ivo Pastorino Arnaldo Colombo Frate, radioamatore numero 1 a Genova, medaglia d' oro Avis Nacque a Legnano il 18 gennaio 1920, due giorni prima di Federico Fellini. Si avvicinò al mondo religioso da ragazzo, durante la guerra era già a Genova e fu sfollato insieme ad altri chierici in Piemonte. Ha trascorso sessant' anni della sua vita nel Santuario dei Marinai di San Francesco da Paola, a Genova. Cuciniere e cantiniere, intratteneva i rapporti con le autorità e grazie alla capacità tecnica e meccanica era una sorta di tuttofare del santuario. È stato il primo radioamatore registrato a Genova, per tanti anni ha trasmesso e condotto trasmissioni radiofoniche. Donatore di sangue dell' Avis premiato con la medaglia d' oro dall' associazione, era molto devoto al mondo marinaro. Da sette anni, ormai anziano, era ricoverato presso la residenza San Camillo

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Re: Radioamatori che hanno fatto la storia!

Messaggio Da IK7TAB il Gio Lug 20, 2017 11:38 am



[list=posts]
[*]
Sono stati i piloti a segnalare il fatto alla polizia postale che è risalita alla parrocchia del paese trevigiano. Aperta un’inchiesta
La messa via radio disturba gli aerei Sacerdote denunciato
Asolo, sequestrata l’antenna del Duomo. Sconcertato don Giacomo: «Non ci capisco nulla»

ASOLO (Treviso) — C’erano una volta le radio pirata, che trasmettevano il rock dalle navi ormeggiate fuori dei confini territoriali della Gran Bretagna. C’erano una volta, appunto. Perché, da qualche anno a questa parte, l’etere è normato in ogni anfratto. E trasmettere su onde non registrate è vietato. Peggio: penalmente perseguibile. Lo ha scoperto il parroco del duomo di Asolo, romantica cittadina arroccata sulle colline trevigiane a pochi chilometri da Bassano del Grappa. Il quale si è visto gli agenti della polizia giudiziaria piombare in chiesa, intenti a sequestrargli l’antenna e il ripetitore coi quali diffondeva la messa in paese. Colpa delle interferenze: la sua radio usava le frequenze riservate ai piloti per comunicare con la torre di atterraggio. Don Giacomo Lorenzon, denunciato per danneggiamento di sistemi informatici e telematici, martedì non se ne faceva una ragione: «È una cosa improvvisa, non so neppure io cosa dire». Per raccontare questa storia bisogna fare un salto nel tempo di più di 30 anni.

Era il 1976 quando apriva i battenti Radio Asolo, un’emittente locale che ancora oggi trasmette, diretta da Lucio Baruffa. Una decina d’anni dopo, si trovò un accordo per porre il trasmettitore e l’antenna in centro al paese. E dove meglio se non sul campanile del Duomo, che svetta sotto la rocca della Regina Cornaro? Era il 1986 quando iniziarono le trasmissioni in centro. Poco dopo la Radio decise di cambiare sede. Ma quell’antenna rimase lì, galeotta. I sacerdoti, negli anni, non ci hanno più fatto caso. Ogni volta che c’era da celebrare una messa o una liturgia, accendevano i microfoni. E tutti, in paese, potevano sentire la parola di Dio. In realtà l’eucarestia volava anche più lontano, se è vero che qualche volta s’è udita fino a Castelfranco Veneto, a una ventina di chilometri da Asolo. Nelle ultime decadi molto è cambiato. La radio è stata sostituita dalla televisione e da internet. Ma soprattutto, a Treviso, è stato aperto un aeroporto, il Canova, che, complici le compagnie low cost, è diventato punto nevralgico di passaggio per centinaia di voli. E così alcuni piloti hanno iniziato a lamentarsi. Quando passavano in zona di Asolo, c’erano delle interferenze. Particolarmente tra le otto e le nove del mattino, l’orario della messa. Disturbi in cabina. Voci. Parole.

Le segnalazioni sono giunte alla polizia postale di Venezia, che ha inoltrato le carte all’Ispettorato telecomunicazioni e assistenza al volo e al Ministero. Gli agenti, a poco a poco, hanno individuato la sorgente delle onde. La parrocchia di Santa Maria Assunta, appunto. È stata formalizzata la notizia di reato, quella prevista dall’articolo 635 bis del codice penale, che punisce chi danneggia sistemi informatici o telematici con il carcere da sei mesi a tre anni. Il pm Francesca Torri, titolare dell’inchiesta, ha disposto il sequestro delle apparecchiature. E così siamo arrivati a venerdì scorso. Quel giorno, don Giacomo non era neppure in canonica. C’era un altro sacerdote, in pensione, che è rimasto basito di fronte alla determinazione degli agenti. «Potevate almeno telefonare prima di sequestrarci tutto», avrebbe detto il religioso.

Ma alla legge non si comanda. E sebbene le interferenze non avrebbero mai pregiudicato seriamente il volo aereo, così sostengono gli addetti ai lavori, quel trasmettitore e quell’antenna andavano eliminati. Così finisce la storia. Don Giacomo, parroco ad Asolo da soli due anni, si trova a pagare per tutti. Ieri sembrava più dispiaciuto che irritato: «Non mi sono ancora fatto un’idea di cosa sia successo — ha spiegato — sono davvero sprovvisto di informazioni. Non so cosa dire. È una cosa improvvisa, meglio non commentare». Non è chiaro adesso cosa succederà al sacerdote. Gli inquirenti stanno valutando la sua posizione: oltre all’inchiesta penale, rischia pure pesanti sanzioni amministrative. Di certo, per queste feste natalizie, ad Asolo nessuno potrà più sentire la sua voce comodamente seduto in casa. O nella cabina di un aereo.

Valter Ik7tab 

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Re: Radioamatori che hanno fatto la storia!

Messaggio Da IK7TAB il Mer Lug 19, 2017 1:31 pm



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Re: Radioamatori che hanno fatto la storia!

Messaggio Da IK7TAB il Mer Lug 19, 2017 1:21 pm

Giacinto, il frate radioamatore guarito dalla depressione
VALDOBBIADENE.Vi sto per narrare una vera storia. Mi dispiace che non ho una foto da inserire ma ve la voglio raccontare ugualmente. Ha compiuto 70 anni e molti lo conoscono con il nome di fra' Giacinto, il frate parlante per radio. Proprio cosi. Fra' Giacinto Tarenzi è uno dei pochissimi frati in Italia ad essere radioamatore. Parla all'apparecchio, come radioamatore, da 25 anni. Era il 1979, quando un medico, diagnosticandogli un forte esaurimento nervoso, gli ha consigliato di dedicarsi, nei momenti liberi, alla radiofonia. Solo cosi avrebbe vinto la sua depressione. Cosi ha fatto. Con la radio ha vinto la sua malattia. Non è più lo stesso e ora ne va tanto fiero della sua passione di radioamatore, che va in giro con la targhetta, identificativa di Alfa Tango, appiccicata sul saio nero. Fra' Giacinto è cremonese di nascita ma trevigiano, o meglio valdobbiadenese, d'adozione. «Ho avuto un'infanzia difficile - racconta fra' Giacinto - mio padre praticamente non l'ho conosciuto perché è morto quando avevo appena 3 anni. Mentre mia madre è mancata quando ne avevo 13. Sono cosi andato a vivere con mia sorella maggiore, nel frattempo sposatasi. Poi, a 21 anni, sono entrato in un seminario francescano. Siccome avevo frequentato appena le scuole medie, in convento, qui a San Pietro di Barbozza, i superiori facevano venire al pomeriggio in aula i professori che insegnavano nelle scuole di Valdobbiadene. Si parla di circa 50 anni fa. Allora, c'insegnavano gratuitamente materie professionali. E cosi venivamo istruiti in qualche arte professionale, anche se non avevamo la scuola superiore». Io - prosegue fra' Giacinto - ho imparato a cucinare. E cosi nei vari conventi dove mi mandavano, lavoravo in cucina. Per quanto riguarda la parte religiosa, chi non ha fatto teologia come me, rimanevano frati: questo significa che non siamo sacerdoti consacrati e non possiamo celebrare le messe e impartire i sacramenti, ma abbiamo alcuni compiti come quelli del lettorato e dell'accolitato, cioè possiamo anche somministrare la comunione in chiesa o a casa degli infermi». Nel tempo libero Giacinto parla alla radio. Si è fatto installare un apparecchio nella cella e comunica con molti paesi del mondo. «Quello del radioamatore è un passatempo serio», conclude fra' Giacinto.

31 dicembre 2004

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Re: Radioamatori che hanno fatto la storia!

Messaggio Da IK7TAB il Mer Lug 19, 2017 11:46 am




I1QY DON VANDO POLLAROLO

In ricordo del decennale della scomparsa di Don Vando Pollarolo in data 20 giugno 2007 veniva a mancare dopo un periodo di 6 mesi di sofferenze Don Vando Pollarolo I1qy non c'è la fatta. Lui radioamatore da sempre e socio dell'Associazione Radioamatori Italiani Sezione di Ovada ( AL ) in quando le sue prime esperienze radio risalgono agli anni " 30 - 40 ", e fu insignito nel ruolo d'onore ARI ( N° 444 ) onorificenza che fu a lui consegnata durante una cerimonia avvenuta al termine di una festa denominata " Radiogiornata del Monte Colma ". 
Brevemente voglio ricordarlo che è stato un radioamatore dai valori morali e sociali irreprensibili, capo Scout da sempre, prete ed uomo semplice ma dalla fede incrollabile, insegnante di Fisica e Matematica al Seminario di Acqui Terme ( AL ), parroco del paese di Bel Forte  Monferrato ( al ) per 53 anni Don Vando è stato uno dei primi " Radiodillettanti " ad avere collegato via radio la Cina nel dopo guerra.
Ricordo anche l'aneddoto da lui raccontato di quando in Seminario, per ascoltare i messaggi radio per i Partigiani della BBC, aveva costruito un ricevitore che lo costruiva la sera e lo smontava al mattino, per sfuggire ai controlli dei militari tedeschi, o l'aneddoto dell'antenna HF celata all'interno del camino della stufa... oppure della valvola a ghianda fatta oscillare in UHF appesa al soffitto della cucina tramite fili di seta... La cerimonia è stata officiata dal Vescovo della Diocesi di Acqui Terme, Pier Giorgio Micchiardi, nella chiesa parrocchiale di Belforte Monferrato ( AL ), cerimonia a cui hanno presenziato molte autorità locali. i Gruppi Scout della zona e provenienti dalle Regioni limitrofe, il Gruppo Alpini Basso Piemonte e naturalmente l'ARI di Ovada che ha reso gli onori ad uno dei suoi soci fondatori.
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Re: Radioamatori che hanno fatto la storia!

Messaggio Da IK7TAB il Dom Mag 07, 2017 2:32 pm



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Re: Radioamatori che hanno fatto la storia!

Messaggio Da IK7TAB il Ven Mag 05, 2017 11:35 am


Data di nascita: 28/07/1938
Luogo di Nascita: Alcalá de Chivert/E

Voti temporanei: 15/08/1966
Voti perpetui: 12/10/1969
Ordinazione: 22/03/1970

Data Decesso: 21/02/1999
Luogo Decesso: Gulu/UG

UN PRETE MISSIONARIO RADIOAMATORE
Nel pomeriggio di domenica 2l febbraio moriva inaspettatamen­te, all' ospedale di Gulu, nel nord dell'Uganda, p. Manuel Grau, luci­do fino all'ultimo momento - se­condo testimoni oculari - e pre­gando la Vergine con il rosario in mano. Aveva 60 anni e un enorme lavoro missionario come sacerdo­te e come medico, fin dal suo pri­mo viaggio in Uganda, nel 1971, dove era tornato con rinnovato entusiasmo nel novembre del 1998. Fra queste due date devono esse­re collocate le permanenze - sem­pre come medico e sacerdote ­nell'ex Zaire (1985-1987), in Ciad (1990-1994), a Milano (1995-1998); e come formatore, nel no­viziato di Moncada (1981-1984) e nello scolasticato di Parigi (1988­1990).
Due giorni dopo la sua morte, nella cattedrale di Gulu, è stato celebrato il funerale solenne, pre­sieduto da mons. Martin Lulunga, accompagnato da una trentina di sacerdoti, missionari e moltissi­ma gente. I padri e le suore di Kit­gum, assieme ad un folto gruppo di fedeli, chiesero al vescovo che il feretro fosse traslato a Kitgum per essere sepolto accanto all' o­spedale dove il padre aveva lavo­rato per oltre dieci anni, lascian­do un "ricordo incancellabile per la sua bontà e la sua dedizione agli infermi".
Un amico di sempre
Così lo ricorda p. José Carlos Ro­dríguez, che ebbe p. Manuel come formatore nel noviziato di Monca­da e, per alcuni anni, come compa­gno di missione in Uganda.
“Il nord dell'Uganda, dove p. Ma­nuel Grau, sacerdote e medico, ha lasciato la vita - nessuno infatti gliel'ha strappata essendo stato lui a consegnarla volontariamente - è lontano da Kampala, a cinque­cento chilometri di strade disse­state, dove durante la stagione delle piogge ci si può ritrovare im­pantanati nel fango e nella stagio­ne della secca si riesce a passare se i guerriglieri non tendono un'imboscata o non mettono mi­ne.
Alcuni anni fa, la situazione era anche peggiore. Adesso, perlome­no, nella missione di Kalongo - l'ultimo luogo in cui p. Grau ha svolto la sua missione - c'è una piccola pista d'atterraggio grazie alla quale, ogni settimana, arriva la riserva di sangue per l'ospedale, la posta e qualche medico che vie­ne a dare una mano. L’anno scor­so è stata installata persino la po­sta elettronica, collegata ad un si­stema di radioamatori.
A cinquecento chilometri dalla capitale: è molto lontano. E solo a sessanta chilometri dalla frontie­ra con il Sudan: troppo vicino ad una zona di conflitti da dove arri­vano bande armate di guerriglieri che da tredici anni rendono estre­mamente difficile la vita di questa vasta regione, trascurata dai pro­grammi ufficiali di sviluppo e di scarso interesse per gli spazi informativi internazionali.
Formatore di infermiere
Manolo - come lo chiamavamo noi amici - non era un estraneo in questo luogo, abitato dalla tribù acholi. Durante tutto il decennio degli anni settanta - gli anni del dittatore Idi Amin – aveva lavorato instan­cabilmente presso l'ospedale mis­sionario di Kitgum, a settanta chi­lometri da Kalongo. Aveva la stes­sa convinzione che aveva avuto, nel secolo passato, il vescovo Da­niele Comboni riguardo all'Africa Centrale: "salvare l'Africa con gli africani". Per questo, non ebbe dubbi nello sviluppare il centro sanitario - con gli ambulatori di zona - inviando buona parte del suo personale a studiare nelle ec­cellenti scuole di abilitazione che l'Uganda aveva dai tempi in cui era colonia. Sapeva condividere le responsabilità; sapeva ascoltare, pianificare e lavorare in équipe con infermiere, ostetriche... Le monache africane che hanno la­vorato con lui possono testimo­niare tutto ciò.
In quegli anni Manolo fece di tutto per dotare la sala operatoria di mezzi, anche se poco sofisticati, comunque abbastanza dignitosi. Il suo amico, il dott. José Cano, ex professore universitario di Manolo, trascorse con lui qualche tempo a Kitgum aiutandolo.
Manolo ritornò in Spagna nel 1981, alternando il compito della formazione nel noviziato di Moncada e nello scolasticato di Parigi con la duplice vocazione di sem­pre - la medicina e il sacerdozio - ­in varie zone dell' ex Zaire e nel sud del Ciad. Negli ultimi anni si era dedicato all'organizzazione del centro comboniano per mis­sionari ammalati a Milano.
Nel novembre dello scorso anno era tornato in Uganda. Aveva com­piuto da poco sessant'anni e tutti gli dicevamo che era arrivato il momento di smettere di girare per il mondo, che doveva rimanere con noi, nel luogo del suo primo amore. Quando gli parlavano del­l'Uganda come del suo primo amore, ManoIo sorrideva e non di­ceva niente. Non ce n'era bisogno.
Gli incontri a Kalongo e Kitgum
A metà gennaio, approfittando del fatto che la guerriglia si era spostata verso ovest, un po' più lontano da questa zona, cercai un momento libero nel mio program­ma di lavoro per andare a trovare Manolo. Al contrario di quanto accade in altri paesi, qui nel mese di gennaio ci sono molte riunioni, corsi e attività pastorali di ogni ti­po, dato che il mese coincide con la stagione secca, quando la gente non ha il lavoro dei campi. Appe­na finito un corso di Giustizia e Pace con leaders di comunità, in un centro fra Kitgum e Kalongo, presi la moto e mi misi in viaggio, anche se feci una strada diversa da quella solita perché non era molto affidabile. Impiegai quattro ore per fare ottanta chilometri: caldo e sabbia, molta sabbia. Me ne ricordo bene. Ero sudato e stanco, ma arrivai a Kalongo con­tento; e quella notte, dopo cena, Manolo ed io ci sedemmo e par­lammo a lungo. Il giorno seguente camminammo senza fretta per la missione: l'ospedale, la scuola per infermiere, il catecumenato, il mulino e la casa del suo amico Hans, l'ingegnere olandese - mis­sionario laico, sposato con una dottoressa tedesca - che faceva di tutto: riparare l'apparecchio delle radiografie, costruire case per il personale sanitario o installare un sistema ad energia solare per ri­scaldare l'acqua. Nell'Africa profonda si conosce gente molto interessante.
Due settimane dopo, Manolo venne a Kitgum a restituirci la vi­sita. Sembrava che i guerriglieri dovessero ritirarsi verso il Sudan, anche se soltanto cinque giorni prima erano passati vicino alla nostra missione e avevano seque­strato sessanta bambini, che sa­rebbero stati venduti come schia­vi in qualche posto del Sudan. Ero triste perché ne conoscevo molti, conoscevo i genitori e avevo pas­sato tutta la settimana in un andi­rivieni per vedere se i militari era­no riusciti a recuperarne qualcu­no. Manolo mi disse che per mesi aveva dovuto curare tanti feriti, ma che continuava a non capire bene perché stava succedendo tut­to questo. Chi può capirlo!
"Addio, Manolo"
La visita fu breve. Manolo mi promise che sarebbe tornato a Kitgum. Il 18 febbraio andai a Gulu per una riunione e passai a trovare Manolo che - si diceva ­- alcuni giorni prima era stato por­tato in ospedale per un ulcera sanguinante. Nel corridoio, in­contrai Margaret, un'assistente sociale che si dedica al sostegno psicologico dei bambini sfuggiti alla guerriglia. A Natale, mentre andava per le vacanze a trovare i genitori, le avevano sparato du­rante un attacco ad un pullman e aveva perso una gamba. Mi disse che da quel momento si sentiva più preparata ad aiutare le perso­ne che avevano subito esperienze traumatiche. Lo raccontai a Ma­nolo. Parlammo di questo e di al­tre cose, ma non molto, perché si vedeva che era stanco.
Il giorno dopo tornai a trovarlo. Era stato trasferito nella casa per comboniani ammalati nell'ospe­dale di Gulu. Era seduto al fresco. Appena finita la riunione, andam­mo tutti a trovarlo. "Ciao, Manolo - gli dissi -, ci vediamo a Kit­gum".
Rividi Manolo a Kitgum quat­tro giorni dopo, sistemato nel feretro, con l'espressione di chi do­veva aver sofferto molto. Era mor­to a Gulu dopo aver perso molto sangue e aver avuto complicazioni al fegato e ad altri organi vitali. Dicono che, da alcuni anni, avesse un'epatite. Probabilmente lo sape­va. Qui non lo aveva detto a nes­suno. Manolo non si lamentava di nulla; lo faceva soltanto quando gli mancava il calore umano degli amici sinceri o quando qualcuno si comportava con ipocrisia. I chi­rurghi, soprattutto in Africa, han­no un alto rischio di contrarre questa ed altre malattie che pos­sono essere traditrici e attaccare improvvisamente.
La gente di Kitgum corse letteralmente a Gulu per impossessarsi del corpo. Lo trasportarono qui. Abbiamo celebrato un funerale senza fretta e gli abbiamo dato se­poltura. Piangiamo per lui come si piange per un figlio unico. E quando ho gettato il primo pugno di terra sul feretro, non ho potuto reprimere l'intimo ricordo di quel pomeriggio afoso in cui avevo percorso una strada piena di sab­bia e polvere per andare a vedere l'amico di sempre.
(Termina qui la testimonianza di José Carlos).
"Quanta pazienza aveva"
Subito dopo la morte di p. Manuel, la comunità comboniana di Kalongo ha scritto una lettera di condoglianze alle sue due sorelle che vivono a Castellón, in Spagna, anche in nome di tutta la comu­nità cristiana. Essendo una testi­monianza molto significativa, ne riproduciamo alcuni stralci.
"Dalla metà di novembre (data del suo arrivo a Kalongo) fino all’improvvisa emorragia di sabato 13 febbraio, il padre Manuel atte­se ininterrottamente al ministero sacerdotale e, con ammirevole in­tensità, a quello chirurgo-medico. Era occupato ogni giorno nel re­parto di chirurgia, operando due giorni la settimana, sempre pron­to anche alle chiamate d'urgenza.
Che fosse competente non c'era alcun dubbio, pensando ai mae­stri di chirurgia che aveva avuto: il prof. Cano di cui sempre parla­va con ammirazione, il defunto padre dottor Ambrosoli Giuseppe, e la chirurga Lucille, moglie del Dr. Corti. La storia poi della sua presenza in vari ospedali africani, conferma la sua grande esperien­za e abilità organizzativa.
Abbiamo pure una toccante, spontanea testimonianza dei ma­lati di Kalongo. Dicono di lui: Aveva un tratto molto rispettoso e amorevole verso di noi. Aveva tan­ta pazienza e, alla chiamata ur­gente, non si faceva aspettare.
Quello poi che ci ha stupiti e riempiti d'ammirazione è stato il citato referto del chirurgo che l'o­però nella notte di sabato 20 feb­braio: l'alterazione notevole del fegato e l'interessamento del pan­creas e della milza. Di certo ora pensiamo che ancora prima di ve­nire a Kalongo p. Manuel possa avere avuto già alterazioni in or­gani importanti. Eppure non si è mai lamentato una volta.
Il nostro stupore per la relazio­ne tra le condizioni del suo orga­nismo e l'assiduità al lavoro nel reparto di chirurgia e in sala operatoria fa spontaneamente com­mentare: Quanto virtuoso è stato il dottor Manuel a prestare un la­voro così pesante e delicato come quello del chirurgo, senza mai la­mentarsi!
Abbiamo la certezza che ha esercitato la sua duplice vocazio­ne di sacerdote e di medico solo per il grande amore di Dio. Poco tempo fa egli affermò: Siamo qui per nessun altro scopo se non quello di aiutare e beneficiare le persone che soffrono. P. Manuel ha sempre curato i malati con la certezza che in loro si nascondeva Gesù sofferente".
L'ultima intervista
Poche ore prima di partire per l'Uganda, nel novembre del 1998, p. José Barranco intervistò P. Ma­nuel Grau nella sede di Mundo Negro. Forse, è l'ultima testimo­nianza verbale che ha dato della sua attività missionaria.
P. Manuel Grau - commenta P. Barranco - accettò di mettersi da­vanti alla telecamera con rasse­gnazione e pazienza, e con un po' di vergogna quando gli dissi che avremmo parlato del suo lavoro come medico e come missionario e anche del suo processo vocazio­nale. Cominciò a parlare davanti alla telecamera con molta sponta­neità.
“Mio padre - disse - era medico e da bambino sono vissuto in un ambiente sempre attento verso gli ammalati. Più tardi mi resi conto che era un lavoro che mi piaceva e dopo il diploma incominciai a studiare medicina.
Ero un ragazzo con una forte religiosità. Infatti, all'università i miei amici più intimi sapevano che andavo tutti i giorni a messa e facevo la comunione. E a volte mi prendevano un po' in giro per questo; ma quando si accorsero che si trattava di una cosa seria, mi lasciarono in pace. In questo contesto di profonda religiosità, nacque in me il dubbio se forma­re una famiglia o diventare sacer­dote. Stiamo parlando degli anni sessanta. Entrai in contatto con i comboniani e, in seguito, compre­si che desideravo un impegno molto più serio e, naturalmente, definitivo.”
L'intervista continua con le soli­te domande. Sono le risposte che lasciano intravedere la ricchezza della personalità e dell'atteggia­mento dell'intervistato.
- Che cosa ti colma maggior­mente nella tua vita missionaria?
"Senza dubbio il contatto con la gente e con gli ammalati. E an­che la formazione del personale sanitario locale: vedere che a poco a poco imparano, diventano re­sponsabili, sono capaci di portare avanti certi lavori, e riescono a la­vorare senza aver bisogno della mia presenza.
- Quali sono le attività più im­portanti che hai realizzato in Afri­ca?
“Credo che una delle cose più importanti che ho fatto in Africa quando sono arrivato in Uganda è stato accettare di lavorare con un istituto di religiose ugandesi. Non c'erano altre religiose in ospedale e ho voluto che fossero loro, assieme a me, le responsabili del cen­tro. All'inizio mi è costato fatica, poiché erano abituate a lavorare sempre assieme a religiose euro­pee, ma pian piano le cose sono andate avanti senza più problemi.
In seguito, nello Zaire, ho mes­so in funzione un ospedale che non aveva mai funzionato. Quan­do sono arrivato lì, c'erano solo le pareti e il tetto. Si è cominciato con grandi difficoltà. In Ciad il progetto era più complesso. Si trattava di mettere in funzione un ospedale che era stato distrutto durante la guerra civile. Il proget­to era finanziato da Medicus Mundi di Navarra, ma bisognava portare avanti un accordo tra que­sta organizzazione, il Ministero della Sanità del Ciad e la Diocesi di Sarh, perché 1'ospedale non era di proprietà della diocesi che si occupava soltanto dell'ammini­strazione. E tutto questo andava fatto entro termini di tempo pre­cisi. Alla fine tutto andò bene.
- Quali sono le maggiori diffi­coltà che hai incontrato?
“Sono sempre le stesse: una cattiva politica e, a volte, l'enorme corruzione che c'è a tutti i livelli.”
- E la mancanza di mezzi?
“Appunto. Comunque non so­no mai stato assillato dalla man­canza dei mezzi. Anzi, non ho mai avuto l'impressione che un malato sia morto perché mi mancava qualcosa. Nel genere di medicina che si può praticare in Africa, cre­do di aver avuto sempre ciò di cui avevo bisogno per curare gli am­malati come si doveva. Certo, dandomi la briga di trovare i mez­zi, presentando in tempo le richieste, organizzando la farmacia, fa­cendo in modo che 1'ospedale po­tesse contare sempre sulle cose indispensabili. Forse il momento più difficile in questo senso è sta­to quando, in Uganda, mi sono trovato isolato per tre o quattro mesi, quando i tanzaniani invasero il paese e cadde Idi Amin.
- Quando un uomo arriva alla fine del giorno, dopo una giornata di stanchezza, che cosa dice a Dio?
“Ci sono dei giorni in cui, quando arriva la sera, non ce la fai più, soprattutto quando hai avuto delle operazioni da fare e le cose si sono complicate o hai do­vuto operare più di quanto pensa­vi di fare. In questi casi, chiedo a Dio la forza di andare avanti... A volte, uno si accorge che deve spezzare un po' questo ritmo. Ad esempio, in tutti i luoghi in cui so­no stato, ho sempre avuto la pos­sibilità di andare a trovare qual­che comboniano con cui mi senti­vo bene. Quando ero molto stan­co, andavo lì per distaccarmi un po' dall'ospedale. Bisogna dirlo: il lavoro del medico in Africa è mol­to logorante, poiché si vive in una situazione molto precaria, in cui, volente o nolente, ti trovi davanti alla morte di persone concrete.”
- Qual è il giorno più felice per un missionario?
“Vi sono molti momenti felici. Quando le cose ti vanno bene; quando, ad esempio, fai un parto cesareo, il bambino nasce in buo­ne condizioni e i genitori sono contenti. Quando fai un'operazio­ne che consideravi più o meno grave e tutto è andato bene, o quando c'è stata un'epidemia di meningite, hai potuto curare bene tutti gli ammalati e la mortalità non è stata tanto alta ... Queste co­se ti danno tanta gioia.
- E come sacerdote?
"È sempre una gioia celebrare la Messa con la gente perché in Africa le celebrazioni liturgiche sono molto allegre. Ogni volta che ho celebrato la Messa circondato da tante persone mi sono sempre trovato molto bene e, ancora di più, quando ci sono i battesimi e le cresime. Vi sono persino dei momenti poetici. Ricordo la Pa­squa in Ciad: ero uscito per cele­brare la Messa di mezzanotte, c'e­ra la luna piena e tutti erano con­tenti, in festa... Sono momenti che vengono vissuti molto profon­damente.”
- C'è gente in Europa che dice di non trovare un senso alla vita.
“È una cosa che fa pensare. Po­chi giorni fa, nella prima lettura della Messa, l'Ecclesiaste ci ricor­dava: "Vanità delle vanità, tutto è vanità ... C'è un tempo per amare, un altro per odiare, un tempo per costruire e un altro per distrugge­re". Nel Vangelo Gesù chiede ai suoi discepoli: "Chi dice la gente che sia il Figlio dell'Uomo?" Ri­cordo che ho commentato dicen­do che veramente se non abbiamo la Luce di Cristo che illumina la nostra vita, per quanto possiamo avere o cercare di raggiungere una stabilità economica, alla fine tutto si riduce ad un tempo per costruire e ad uno per distrugge­re, ad uno per amare e ad un altro per odiare, ma alla fine non si tro­va un senso a nessuna cosa. E se non si trova un senso alla vita è perché non si approfondisce l'uni­ca cosa che veramente può darle un senso: la trascendenza.
(Termina qui l'intervista di p. Jo­sé Barranco)
I momenti di crisi
Esaminando con attenzione e rispetto la corrispondenza perso­nale di p. Manolo con i suoi supe­riori, emerge, innanzitutto, la grande stima e affetto con cui tratta coloro che esercitano il ser­vizio dell'autorità. (Posso testimo­niarlo personalmente). Senza che questo ne diminuisse la franchez­za e fermezza al momento di esprimere le sue opinioni.
Sembra che nella vita di Mano­lo vi siano stati due momenti di crisi (nel senso più genuino del termine) o forse tre, sempre rela­tivi alla sua identità vocazionale e risolti alla luce della fede e di un discernimento messo a confronto.
Manolo entrò nell'Istituto com­boniano quando era già diventato medico, nell'agosto del 1964. Sembra che la sua prima idea fos­se quella di farsi fratello, ma p. Enrique Faré, superiore provin­ciale, lo esortò a seguire gli studi ecclesiastici e a diventare sacer­dote.
Visse un secondo momento, senza dubbio più delicato, alla fi­ne della permanenza nell'ex Zaire, nel 1987. Stress da lavoro? Diffi­coltà comunitarie, incomprensio­ni e malintesi? Poco tempo dopo aver lasciato l'ospedale di Mung­bere, scrive dalla Spagna al vica­rio generale p. Angel Lafita: "... Non dubito che gli esercizi spirituali mi aiuteranno a vedere con più chiarezza nella mia vita. Ciò nonostante, alcuni aspetti per me sono evidenti fin d'ora. Uno è quello della mia identificazione con la vocazione missionaria comboniana. I dubbi sorti nelle ultime settimane di permanenza nello Zaire e al mio ritorno in Spagna, si sono dissipati non appena mi sono liberato dallo stress che comportava la vita di ogni giorno a Mungbere. Difficilmente potrei concepire la mia vita separata dai Comboniani ... ". Qualsiasi commento sarebbe superfluo.
Infine, vi è un aspetto nella vita di p. Grau forse meno noto, ma che in gran parte spiega il suo atteggiamento missionario, la sua dedizione e la disponibilità totale verso gli ammalati: cioè, la sua dimensione contemplativa. Nel 1993 manifesta il desiderio di finire, alcuni mesi dopo, il suo lavoro nell'ospedale di Moissala, in Ciad. In una lettera al superiore provin­ciale, p. Stefano Melzani, egli esprime questa decisione chiedendogli di trasmetterla ai supe­riori di Roma. "La settimana scorsa - scrive -, quando hai visitato la nostra comunità di Moissala, ti ho detto che volevo finire il mio impegno a Moissala il prossimo anno '94. Ho detto anche che, finendo il mio impegno, volevo an­che finire la mia attività come medico missionario. Veramente, quello che desidero, e che non ho detto davanti a tutta la comunità perché mi sembra una questione privata, è di chiedere ai Superiori Maggiori il permesso per poter vivere uno stile di vita contemplativa, in modo da essere accettato nella comunità di un monastero. Non è questa - continua la lettera - un'idea che mi sia venuta all'improvviso. È da tempo che ci penso. Voglio liberarmi dagli impegni che fino adesso hanno preso una parte importante del mio tempo, per avvicinarmi di più al Signore, e contemplare il mistero dell'amore di Cristo per tutta l'umanità".
Nonostante le sue intenzioni, Manolo continuò fino alla fine del 1994 nell'ospedale di Moissala e, fino alla fine della sua vita, come medico e missionario.
Interessanti, a questo proposito, le parole del vice provinciale d'Italia, p. Tano Beltrami, durante la Messa di suffragio nel CAA comboniano di Milano: "Manuel aveva una coscienza molto chiara del suo sacerdozio, amava la nostra vocazione missionaria e si disfaceva nel sostenere e incoraggiare i missionari che trovava stanchi o scoraggiati per le ferite che la vita dura di missione aveva loro provocato. Sognavamo insie­me un istituto missionario sereno e multicolore, delle comunità uni­te e veramente apostoliche, dei confratelli sempre felici della loro vocazione."
Medico e fratello
Dopo il lavoro in Ciad, l'obbe­dienza condusse p. Manolo a co­minciare a dirigere il nuovo Cen­tro Comboniano per Ammalati e Anziani di Milano, nel gennaio del 1995. Ecco la testimonianza del suo superiore e più vicino colla­boratore, p. Mario Piotti:
"Personalmente, nei quattro anni passa­ti con lui a Milano, devo ricono­scere l'ottimo rapporto avuto con lui, come con fratello e come col­laboratore nella gestione del Cen­tro ammalati. Anche quando ci sono state delle divergenze di ve­dute su qualche punto, non mi è mai stato difficile il dialogo e l’in­tesa. Quello che maggiormente ho ammirato in lui è stato la sua disponibi­lità, la sua umanità verso i confra­telli ammalati e non. La sua pro­fessionalità e preparazione non gli impediva di comportarsi come un confratello qualunque, gentile, caritatevole, paziente. Soprattut­to, pur essendo medico, non di­sdegnava di prestare tanti servizi umili, come pulire gli ammalati, imboccarli, accompagnarli nelle loro camere, portarli a passeggio per qualche momento di sollievo, ecc. Ha lasciato un grande ricor­do. Molti hanno pianto alla noti­zia della sua morte".
Testimonianza rafforzata dalla "lettera di saluto e ricordo" che un'infermiera, in nome di tutto il personale sanitario del Centro, ha letto durante la Messa di suffra­gio: "La disponibilità all'ascolto e alla comprensione - dice tra l'al­tro la lettera - sono stati per tutti noi fonte di sicurezza. Egli era buono, senza essere sdolcinato. La sua nobiltà d'animo lo portava alla disponibilità e lo rendeva un attento conoscitore d'anime. Egli non ha mai fatto differenza di sti­ma, dimostrando spesso di tratta­re tutti con lo stesso rispetto e considerazione".
"Teka moy"
"P. Manuel - testimonia ancora p. Tano - era una di quelle perso­ne schiette e sincere che non ti la­sciano dubbi su chi sono, cosa pensano e cosa fanno... Era un uomo tutto d'un pezzo. Persona­lità forte e carattere deciso, ma anche dolce e sensibile. Conosce­va bene le sue doti e anche i suoi limiti. Sapeva dire la verità e chie­dere scusa se sbagliava. Puntava all'essenzialità delle cose, senza fronzoli né raggiri. Un uomo ma­turato sui sentieri della vita e del dolore... p. Manuel se n'è andato così, alla chetichella e senza trop­po rumore. La sua morte inattesa ci ha sorpresi tutti. Ma io sento che Manuel ha percorso esatta­mente il cammino dell'apostolo, del missionario disposto a tutto, anche ai pericoli di malattie e di morte che la nostra vocazione comporta. Fedele fino in fondo".
Gli acholi, nella loro ancestrale saggezza, gli avevano dato il so­prannome di "Teka moy", l'uomo che arriva fino alla fine, che rima­ne fino alla fine. Esattamente e giustamente. Manolo, riposa in pace! Valter Ik7tab.


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Re: Radioamatori che hanno fatto la storia!

Messaggio Da IK7TAB il Ven Mag 05, 2017 11:23 am

CHI E’ PADRE GIANFRANCO…
05 Agosto 2004
Padre Gianfranco Gottardi é un missionario francescano che opera in Guinea Bissau e precisamente nella missione di Caboxangue.
La sua storia ha inizio l’11 dicembre 1962 in Australia, in una cittadina chiamata Ringwood, nello stato del Victoria. Dopo alcuni anni ritorna in Italia con i suoi genitori e si stabiliscono a Ceggia, un paese in provincia di Venezia.
La sua vocazione si é manifestata fin da bambino; già dalle scuole elementari egli desiderava farsi frate, seguendo le orme dello zio, che si trovava in quel periodo in terra d’Africa, proprio in Guinea Bissau.
Dopo aver frequentato le scuole medie a Ceggia compie un primo passo verso quella che sarà la sua scelta di vita: decide di recarsi a Lonigo (VI), per frequentare il liceo pedagogico, presso un collegio di Padri pavoniani. Terminati gli studi liceali, trascorre un periodo di prova (noviziato) presso un collegio gestito dai frati francescani a Lonigo, confermando la strada vocazionale al sacerdozio, che si manifesta mediante l’atto religioso detto “professione semplice”.
Si reca a Verona presso il convento di San Bernardino, frequentando l’Università di teologia: le sue tappe del cammino religioso sono la “professione solenne” e il “diaconato”.
L’8 Luglio 1989, nella Basilica dei Miracoli di Motta di Livenza, l’allora vescovo della diocesi di Vittorio Veneto Mons. Eugenio Ravignani, consacra Gianfranco Gottardi, sacerdote dell’ordine dei frati francescani minori.
Il 9 Luglio Padre Gianfranco Gottardi celebra la sua prima Santa Messa nella Chiesa parrocchiale di Gainiga, frazione di Ceggia.
Ormai Padre Gianfranco Gottardi ha deciso: la sua strada sarà quella del missionario in terra d’Africa. Perfeziona i propri studi religiosi all’Università Antoniana di Roma, per poi trascorrere un periodo a Lisbona, dove ha la possibilità di imparare il portoghese, la lingua ufficiale della Guinea Bissau.
L’8 dicembre 1990, nella parrocchia di Gainiga, l’allora vescovo della Guinea Bissau, Mons. Settimio Ferrazzetta, consegna a Padre Gianfranco il crocifisso, simbolo della fatica e della sofferenza, che ogni missionario deve essere capace di sopportare annunciando la parola di Dio, ma simbolo anche di salvezza per i popoli che sapranno accoglierlo.
Partirà alcuni giorni dopo per la Guinea Bissau, dove tutt’ora si trova ad operare. Dapprima nella missione di Cumura, successivamente nella missione di Nhoma, poi nella missione di Caboxangue dove è rimasto per molti anni.
QUI j59ofm, CHIAMO DA CABOXANGUE, MI SENTITE?
25 Agosto 2004
Grazie ad una potente radio, j59ofm si tiene costantemente in contatto con l’Italia e racconta le ultime novità di Caboxangue, sperduto villaggio della Guinea Bissau (Africa). J59ofm è il nome, nel codice dei radioamatori, di padre Gianfranco Gottardi, classe 1962, originario di Gainiga. L’occhio allenato alle cose di chiesa avrà colto in quel “nome d’arte” l’ordine cui padre Gianfranco appartiene: gli Ofm, ovvero i francescani minori. Sulle orme di Francesco, padre Gianfranco si è messo a servizio degli ultimi fin dall’anno successivo alla sua ordinazione sacerdotale (avvenuta nel 1989 a Motta per opera di monsignor Ravignani). Mentre padre Gianfranco si spende per far crescere spiritualmente e materialmente la gente affidatagli, a Gainiga iniziano a mobilitarsi per dargli una mano. C’è da trivellare il terreno per trovare l’acqua, c’è da tirar su un edificio che verrà utilizzato come scuola, mancano i medicinali…
NASCE L’ASSOCIAZIONE MISSIONARIA “Insieme per l’Africa”
05Agosto2004
Il 23 luglio 2003 é stata costituita l’Associazione Missionaria no-profit “INSIEME PER L’AFRICA”, che ha come scopo portare a conoscenza di tutti le problematiche del Terzo Mondo, curare la formazione missionaria dei suoi membri e raccogliere fondi per promuovere l’attività di sviluppo del Terzo Mondo, sostenendo l’operato di congregazioni religiose e realtà associative che operano nell’ambito missionario ponendo particolare attenzione all’attività missionaria di Padre Gianfranco Gottardi che attualmente opera in Guinea Bissau (Africa).
La collaborazione Gainiga-Caboxangue si fa sempre più intensa, al punto che gli amici di padre Gianfranco decidono di dare vita a una regolare associazione che prende il nome, e non poteva essere diversamente, di “Insieme per l’Africa” e i cui soci non si limitano a raccogliere soldi o materiale (alimentari, indumenti, cancelleria, sedie, banchi, trapani, congelatore, cemento…) pro-missione. A turno, infatti, si recano in Guinea per condividere un tratto di cammino con la gente d’Africa e per mettere a disposizione le proprie competenze e abilità. L’ultimo viaggio risale al dicembre-gennaio scorsi. Nove veneziani, tra cui quattro ciliensi, hanno trascorso il Natale a Caboxangue. «Anche quest’anno per noi Gesù è nato con la pelle scura – racconta Silvio Florian, presidente di “Insieme per l’Africa” al rientro -. Oltre ad altri lavori ci siamo dedicati, in modo particolare, alla costruzione di un capannone per il ricovero di attrezzi».
Anche di questa esperienza si è parlato sabato 20 marzo 2004, nella sala parrocchiale di Gainiga in occasione della “giornata del tesseramento”, promossa dall’associazione per allargare le adesioni (quota annuale 10 euro). Alle 18.30 si è tenuta l’assemblea, con l’approvazione del bilancio e l’elezione del nuovo consiglio. E’ stato illustrato, in particolare, il prossimo progetto che verrà sostenuto: la realizzazione di nuove aule scolastiche. La serata si è conclusa con la cena. Valter Ik7tab.


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Re: Radioamatori che hanno fatto la storia!

Messaggio Da IK7TAB il Ven Apr 28, 2017 1:33 pm



DON REMO PALAZZETTI, IL PRETE INVENTORE CHE " SFIDO' " GUGLIELMO MARCONI

Tra le sue invenzioni, la piu' importante è il brevetto di un innovativo sistema di trasmissione radio utilizzato persino dalla NASA uno dei piu' autorevoli e importanti inventori nel campo della radiofonia.
Non stiamo parlando di Guglielmo Marconi ma di un Sacerdote.
Si tratta di Don Renzo Palazzetti, parroco di Ponte Felcino ( Perugia ), grande appassionato di radio e inventore del campo rotante ad alta frequenza. 
Il suo brevetto fu utilizzato persino dalla NASA.
Esperto e appassionato di radiofonia, trasformo' il piano terra della casa parrocchiale in un attrezzato laboratorio radio - elettrotecnico, dove manuali tecnici convivevano pacificamente con vangeli e breviari.
LA PROIEZIONE DEI FILM
Nel 1930 ebbe l'idea di convertire la sala da ballo della Società Filarmonica in cinema ( Eden ), realizzando da solo la macchina per la proiezioni.
Nel 1934, con l'avvento del sonoro, progetto' e costrui' due potenti altoparlanti che hanno egreggiamente svolto il loro compito fino alla metà degli anni 80.
ALTERNATIVA A GUGLIELMO MARCONI
Fisica, elettrotecnica e matematica non hanno segreti per Don Remo che, da autodidatta, scrive PERUGIA TODAY, brevetta un considerevole numero di invenzioni, alcune delle quali adottate dall'industria della radiofonia.
Grande risalto negli ambienti scientifici ottiene, nel 1980, l'invenzione della " Radiofrequenza per onde decametriche a campo rotante ", un sistema di ricitrasmissione alternativo a quello ideato da Guglielmo Marconi l'assenza di " ponti radio ".
In pratica, a differenza del sistema " Marconiano ", il campo rotante messo a punto da Don Remo fa si che il segnale radio messo a punto da Don Remo fa si che il segnale radio si indirizzi verso un unica e ben precisa direzione seguendo l'andamento del terreno ed aggirando gli ostacoli naturali senza necessità di Ponti Radio.
Con questa invenzione, c'è un risparmio di energia e il segnale arriva piu' pulito e chiaro al ricevente, dovunque esso si trovi.
EROE DI GUERRA
Don Remo è stato ancora un parroco eroe nelle concitate fasi del passaggio del fronte ( 20 giugno 1944 ), riesce a tenere testa ai reparti tedeschi acquartierati in paese, sventando la distruzione della strategica centrale idroelettica sul Tevere.
e' grazie al suo attivismo che viene ricostruita a tempo di record, nell'ottobre 1952, l'attuale chiesa parrocchiale di Ponte Feliciano, già distrutta dai bombardamenti.
SEGUACE DI PADRE PIO
Don Remo - Bastian contrario, ma anche sacerdote di alta spiritualità è stato uno dei primi e più fedeli discepoli di Padre Pio, anche quando il frate di San Giovanni Rotondo non era ben visto dalle autorità eclesiastiche. Valter Ik7tab.


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Re: Radioamatori che hanno fatto la storia!

Messaggio Da IK7TAB il Ven Apr 07, 2017 12:07 pm



Il ricordo di Padre Kolbe, protettore dei radioamatori


 
Ricorre il centoventesimo anno della nascita di Padre Massimiliano Kolbe protettore di tutti i radioamatori del mondo, egli stesso radioamatore con indicativo internazionale SP3RN, Kolbe nasceva in Polonia centoventi anni fa, sacerdote, frate francescano, egli si offrì volontariamente a sostituire un disgraziato padre di famiglia destinato al campo si sterminio di Auschwizt, dove morì il 14 agosto 1941, proclamato santo nel 1982.
Il nome di Padre Kolbe sempre vivo nell'etere in questo mese di gennaio grazie alla iniziativa della Associzione Radioamatori Italiani sezione di Varese che indice un concorso ad ottenere un doploma internazionale.

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Re: Radioamatori che hanno fatto la storia!

Messaggio Da IK7TAB il Ven Apr 07, 2017 11:48 am



Ancora un link su Padre Kolbe

http://www.radiomarconi.com/marconi/kolbe/kolbe.html

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Re: Radioamatori che hanno fatto la storia!

Messaggio Da IK7TAB il Ven Apr 07, 2017 11:41 am



LA STORIA DI PADRE KOLBE RADIOAMATORE

Buon pomeriggio a tutti Radio Operatori, Radioamatori. Vi chiedo di cliccare sul link che vi ho postato. Grazie a voi. 
http://www.radiomarconi.com/marconi/kolbe/

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Re: Radioamatori che hanno fatto la storia!

Messaggio Da IK7TAB il Dom Apr 02, 2017 12:03 pm



RADIO GROTTE

La radio voluta da Padre Pio D'Andola I7DN
Vi inserisco il link: http://www.barinedita.it/bari-report-notizie/n2531-la-storia-di-

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Re: Radioamatori che hanno fatto la storia!

Messaggio Da IK7TAB il Dom Apr 02, 2017 11:59 am



Vi inserisco quest'altro link sull'ari di Castellana Grotte
http://www.aricastellana.it/%5Cpage4.htm

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Re: Radioamatori che hanno fatto la storia!

Messaggio Da IK7TAB il Dom Apr 02, 2017 11:56 am



Vi inserisco il link di Facebook dell'Ari di Castellana Grotte

https://www.facebook.com/Iq7gc-ARI-Castellana-Grotte-Contest-Taem-233463260074517/

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Re: Radioamatori che hanno fatto la storia!

Messaggio Da IK7TAB il Dom Apr 02, 2017 11:51 am


Vi inserisco il link dell'Ari di Castellana Grotte di cui il Presidente è proprio Padre Pio D'Andola
http://www.aricastellana.it/
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Re: Radioamatori che hanno fatto la storia!

Messaggio Da IK7TAB il Dom Apr 02, 2017 11:09 am



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Re: Radioamatori che hanno fatto la storia!

Messaggio Da IK7TAB il Dom Apr 02, 2017 11:05 am



Vi inserisco questo link su Padre Pio D'Andola. 73 De Valter Ik7tab

http://www.terrasantalibera.org/PELLEGRINAGGI%20-%20PROFILI%20-%20PADRE%20PIO.htm


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Re: Radioamatori che hanno fatto la storia!

Messaggio Da IK7TAB il Dom Apr 02, 2017 10:59 am




Incontro con Padre Pio d’Andola di Valter Padovano Ik7tab

L’ho visto alcune volte durante un pellegrinaggio in Terra Santa. Era sempre molto attivo ad illustrare i luoghi di Gesù ed integrava – con passione e grande spiritualità - quanto dicevano le guide ufficiali. Al ritorno, gli ho inviato le mie osservazioni su quel viaggio e da allora siamo diventati amici.
1) Padre Pio, come e quando avesti la vocazione?
«Il mio vero nome è Gaetano. Volturino, il mio paese d'origine, si trova a circa 750 metri d'altitudine, sulla strada che porta da Foggia a Campobasso. Alla mia età di bambino, il mio paese contava poco più di mille abitanti. Come si usava allora, la mia famiglia era conosciuta con un soprannome: "quelli dell'otto settembre". Eravamo talmente numerosi da ricordare la lunga serie delle statue dei santi che accompagnavano la solenne processione della Madonna che si faceva in occasione della Natività di Maria.Anche per questo sono particolarmente devoto alla mamma di Gesù. Papà faceva il sarto e aveva un negozietto di merceria. Non mancava mai alla messa. Posso dire con certezza che la mia chiamata a seguire Gesù è passata dalla vita, dalla fede, dalla voce di papà Pasquale». La svolta nella mia vita arriva una sera, dopo il vespro. E ha l'aspetto e il saio ruvido di un frate. Padre Giacomo Melillo, ora 93 anni e ancora lucidissimo, passeggiava quella sera nei pressi di casa mia. Mio padre lo salutò e bastò un suo sorriso per soggiogarmi. Ora ricordo benissimo di aver subito un fascino irresistibile: dopo aver frequentato un solo giorno i banchi della quinta classe elementare, decisi di mollare tutti gli interessi per incontrare il mio frate. Dovevo lasciare il mio Maestro di musica che già mi aveva misurato il labbro per affidarmi uno strumento per la banda paesana. Avevo una innocente segreta amicizia con la compagna di classe Maria, e la sera dell’otto ottobre passai dalla sua casa per salutarla l’ultima volta: non la trovai. Cosi il giovedì 9 ottobre del 1941 entravo nel Collegio serafico di Ascoli Striano (Foggia), dove mi accolse proprio padre Giacomo. Aggiungo un inciso. Nel 2001 un compagno di classe volle riunire tutti gli alunni del 1941 per festeggiare un 60° anno dopo. Nella mia Volturino ho potuto salutare e riabbracciare la Maria e il suo Sposo. Ora lei continua ad inviarmi le sue poesie e ad augurarmi un santo apostolato! La guerra, i bombardamenti ripetuti su Foggia, le partenze da e per il seminario, col carretto o a piedi, l’invasione del mio paesello da parte dei tedeschi, il passare in mezzo ai soldati con i mortai, i volti tristi dei miei per le difficoltà della sussistenza, la fame sofferta nel seminario non mi hanno distolto dal mio programma. E mi accorsi, come capitò anche a padre Agostino Gemelli, di essere nato francescano. Poi, a quindici anni, su un carretto trainato da un mulo, raggiunsi il noviziato dei frati minori a Casacalenda (Campobasso). Era obbligatorio cambiare il nome e allora io, Gaetanino, affascinato dalla figura di Papa Pacelli, scelsi come nome religioso quello del grande Pontefice. E da allora cominciai ad essere fra Pio.
2) Cosa provasti, quando fosti ordinato sacerdote?
Caro Arturo, non posso saltare il periodo precedente alla mia ordinazione sacerdotale avvenuta il 19 aprile 1954, pochi giorni al compimento del 23° compleanno, data canonica per la consacrazione. Per questo fu richiesta una dispensa dalla Santa Sede. A sedici anni comincia la mia avventura nella professione religiosa nel convento di San Matteo Apostolo a San Marco in Lamis. E cominciai a conoscere il nome e la storia del frate stigmatizzato del Gargano. I pochi chilometri per San Giovanni Rotondo sono una passeggiata per noi studenti di liceo, e di passeggiate ne abbiamo fatte tante per i tanti incontri con la comunità francescana cappuccina e, naturalmente, con Padre Pio. Il Padre Guardiano, Padre Agostino da San Marco in Lamis, ci garantiva sempre un incontro riservatissimo con lui, che si tratteneva con noi in gustosa conversazione nel corridoio del conventino o in un vialetto del giardino. Alla fine il Padre Guardiano ci offriva dei taralli e un bicchiere di vino rosso nel refettorio della comunità. La tradizione ci permetteva, ogni anno nel periodo pasquale, di scambiare l’invito a mensa con i confratelli cappuccini. E durante il pranzo, noi giovani goliardi eseguivamo dei canti polifonici che Padre Pio seguiva molto divertito. A me piace ricordare qualche incontro personalissimo con lui, che mi convince della sua genuina semplicità, della sua francescana schiettezza. “Senti, Padre, questo chierico si chiama fra’ Pio", esclama un mio compagno, come per regalarmi una presentazione al personaggio. “Ah! allora dobbiamo farci santi tutti e due!” aggiunse Padre Pio, assai compiaciuto. Ormai il nome “Pio” cominciava a pesarmi e mi faceva sentire un disagio enorme soprattutto negli incontri di San Giovanni. Una volta Padre Pio, quando il mio confratello ripropose la questione del nome, ruppe l’incanto e, sorridendo compiaciuto, esclamò in un bellissimo dialetto paesano: “Ah! mbè, guagliò: pùrtete buono e numme fa’ scumparì, sennò càgnete nomme” (Ah” bè, ragazzo, comportati bene, e non farmi fare brutta figura, altrimenti, cambiati il nome!). Ora so che la brutta figura la farei io se non dessi una testimonianza vera della mia vocazione francescana, perché ormai lui è San Pio mentre io sono soltanto Padre Pio, naturalmente di una parternità putativa e partecipata. Un altro ricordo tutto personale l’ho vissuto il giorno 15 giugno 1956. Mio fratello Armando, ventitreenne, sconfitto da un terribile male, mi domandò se fosse stato possibile chiedere una benedizione di Padre Pio. Così il fratello Pietro mi trasportò su una lambretta per i circa sessanta chilometri che separano Volturino da San Giovanni Rotondo. Padre Pio ci ricevette nella sua cameretta. Gli baciammo la mano ed egli dolcemente ci benedisse dicendo secco: “Domani stesso avrete un angelo che pregherà per voi in paradiso”. Il giorno 16 giugno, in tutti questi anni, è stato da me vissuto come ricordo di un fratello volato al cielo con la benedizione di un Frate che proprio il 16 giugno avrebbe ricevuto il riconoscimento solenne della sua santità sulla terra, ma pure la compiacenza di tutti i santi che sono nel Paradiso, compreso il mio diletto fratello Armando. Son così trascorsi gli anni senza contarli. Ora mi chiedi cosa ho provato quando sono stato ordinato sacerdote. Rientrai in sacrestia della chiesetta francescana di San pasquale a Foggia completamente stordito e incontrai subito il mio Papà Pasquale che mi strinse in un abbraccio terribilmente paterno. Piangemmo insieme, come bambini. Le nostre lacrime si confusero sulle sacre vesti appena profumate di cielo! La sensazione di essere diventato un personaggio, dopo sette anni di clausura… scolastica, mi destò un sentimento di paura. Ero cresciuto rafforzando la vocazione pensando al Francesco umile e semplice della perfetta letizia.
3) Che significa essere prete, oggi?
Ma, caro Amico, cosa ancora continuo a provare oggi, dopo 53 anni? Non puoi fare a meno di sorridere se ti dico che ho quella stessa paura un poco più motivata. Non sono più un sacerdotello appena unto: mi conoscono in tanti, mi sento guardato da tanti occhi, come frate, come gestore di tanti carismi (musicista, geometra, radioamatore, missionario, ecc.). so che l’apostolo corre il rischio di annunziare se stesso credendo invece di presentare il Cristo. Questo rischio lo intuì Francesco quando, desiderando di diventare cavaliere perché gli uomini avessero bisogno di lui, una voce lo scaraventò dalla parte degli ultimi e capì che bisognava diventare o conservarsi piccolo perché sarebbe stato lui ad aver bisogno degli uomini, dei poveri, degli ultimi, degli stessi peccatori. Ma non è vanagloria. Tutto serve per dare lode e gloria al Signore che si serve dei semplici e degli umili per compiere le sue meraviglie. Chi ha ricevuto dei doni, deve metterli al servizio del regno di Dio. Essere prete vuol dire continuare la presenza e l’opera di Cristo sulla terra. Perché Cristo continua ad insegnare con la nostra voce, a benedire attraverso le nostre mani, a camminare per i tortuosi sentieri del mondo con i nostri piedi, ad amare e perdonare, tutti, con il nostro povero cuore. Se il prete non è questo non è un prete ma un attore. Ti faccio conoscere un testo preparato per un sacerdote appena consacrato: Tu Sacerdote eterno del Signor, strumento sei di luce nel mondo: per te la voce leviamo verso il Cielo e Cristo a noi si dona per te. Per te Cristo è presente tra gli uomini, per te Cristo ne asciuga le lacrime; le tue mani segnate di Cielo lo sollevano vittima per noi. Nel tuo corpo coloro che soffrono, nel tuo cuore coloro che amano: per amar questo mondo il Signore ha bisogno di vivere in Te. Tu sacerdote eterno. Giovanni Paolo II nel Giovedì Santo del 2005 rivolse ai sacerdoti queste parole: “Noi sacerdoti siamo i celebranti, ma anche i custodi di questo sacrosanto Mistero. Dal nostro rapporto con l'Eucaristia trae il suo senso più esigente anche la condizione « sacra » della nostra vita. Essa deve trasparire da tutto il nostro modo di essere, ma innanzitutto dal modo stesso di celebrare. Mettiamoci per questo alla scuola dei Santi! L'Anno dell'Eucaristia ci invita a riscoprire i Santi che hanno testimoniato con particolare vigore la devozione all'Eucaristia . Tanti sacerdoti beatificati e canonizzati hanno dato, in questo, una testimonianza esemplare, suscitando fervore nei fedeli presenti alle loro Messe. Tanti si sono distinti per la prolungata adorazione eucaristica. Stare davanti a Gesù Eucaristia, approfittare, in certo senso, delle nostre « solitudini » per riempirle di questa Presenza, significa dare alla nostra consacrazione tutto il calore dell'intimità con Cristo, da cui prende gioia e senso la nostra vita”.
Un'esistenza protesa verso Cristo.
4) … ed essere cristiano?
Credo non ci sia molta differenza. Su questo problema riferisco a mente delle riflessioni Severino Dianich che se mai fosse possibile individuare dei parametri con i quali misurare la relazione delle attività svolte oggi dai preti e dai vescovi al loro carisma sacramentale specifico, molto probabilmente scopriremmo che molti di loro, per la maggioranza del loro tempo, fanno cose per le quali non è affatto necessario il sacramento dell’ordinazione. Per ogni cristiano c’è il sacerdozio battesimale, mentre per i preti quello ministeriale. In molti casi i preti si dedicano ad altri servizi, nobili e utili quanto si voglia, ma ai quali il loro sacramento non li destina. Un ministero molto determinato non può davvero essere pensato come destinato a qualsiasi servizio da rendere alla chiesa, sulla base esclusiva dei carismi personali di questo o quel soggetto. Non deve accadere, infatti, che coloro che ricevono il sacramento dell’Ordine esercitino il loro ministero occupando il campo proprio dei fedeli dotati di altri carismi e lascino sguarnito lo spazio che dev’essere gestito dal sacerdozio ministeriale. “Ora - continua Dianich - se l’evangelizzazione, secondo il concilio Vaticano II, è compito di tutto il popolo di Dio. e ogni credente evangelizza a partire dal di dentro della sua personale storia di fede, il ministro ordinato deve avviare a questo compito la comunità e guidarla, assicurandole la continuità del suo annuncio con la tradizione apostolica, in modo che nessun nuovo vangelo, ma quello apostolico venga annunciato e proposto continuamente a fondamento della chiesa che da questa fonte incessantemente si rigenera. L’annuncio non è quindi un compito esclusivo del ministero ordinato, ma la comunità compie la sua missione unita al suo pastore, nel cui sacramento essa trova il cavo portante della tradizione apostolica, e quindi la certezza di attingere dalla sorgente la fede in forza della quale essa esiste e che essa comunica al mondo. Dall’esperienza viva e appassionata del prete e del vescovo che, sostenuti dal carisma del proprio sacramento, alimentano la vita e la vitalità della comunità con il ministero della Parola, accolta come il dono originario, sorgivo e normativo di tutta la sua esistenza, è derivata nei pastori della chiesa, lungo la tradizione, quella particolare coscienza della paternità che li lega, anche negli affetti, ai loro fedeli”. Il modello è quello di San Paolo che scrive ai fedeli di Corinto come a dei figli carissimi, ricordando loro che essi possono avere in Cristo anche mille maestri, ma non certo molti padri, perché è lui che li ha generati in Cristo Gesù mediante il vangelo. Purtroppo ci sono tanti che dicono di essere cristiani, ma secondo me, non lo sono. Sarebbe meglio essere cristiani senza dirlo che dirlo senza esserlo.
5) La società sta cambiando. Che fare?
Ho letto da qualche parte che un giorno il re di Spagna, preoccupato per una società in spaventoso cambiamento, chiese a un santo frate francescano (mi pare il fratello laico, già pastorello, fra Pasquale Baylon) cosa bisognava fare: E quello rispose con somma innocenza: “Bisogna vivere santamente”. Di rimando il re: “Come facciamo a farlo sapere a tutto il popolo?”. E il frate ancora: ”Non c’è bisogno di farlo sapere, è necessario farlo vedere; cominciamo subito noi due!”. Il provvidenziale Convegno di Verona ha rilanciato ai cristiani l’impegno di essere testimoni di speranza, In un mondo in continuo frenetico bisogno di muoversi, di dominare, di desiderare gli altri ma anche di isolarsi nella cosiddetta privacy, è necessaria la presenza di persone che diano coraggiosa testimonianza di vita. Gesù dice: Voi siete il sale della terra. Cosa è il sale: certo non è una pietanza. Ma sappiamo a cosa serve: è nascosto e presente nelle vivande per dare ad esse il gusto di mangiare. Il cristiano cosa è: certamente non è un essere straordinario da digerire. Sappiamo da Gesù a cosa serve: umile e silenzioso deve dare nel mondo il gusto, il sapore della presenza amoroso di un Dio Padre. Me ne hai dato un esempio recente nell’Amico de Antonellis. Ancora Gesù: “ Come un poco di lievito in uno staio di farina, che fermenta tutta la pasta”. Io aggiungerei timidamente: Come una goccia di profumo in un angolo della casa che, invisibile, è presente per donarsi a tutti i presenti.
6) A scuola, come dovrebbe svolgersi l’ora di religione?
I miei diretti Superiori mi hanno mandato a perfezionarmi nelle materie tecniche per insegnare nei nostri licei. Ho studiato perciò Scienze Naturali, ma poi ho insegnato matematica nei ginnasi interni, per la delizia degli studenti aspiranti. Poi mi hanno chiamato a dare lezioni di religione in un Istituto tecnico per Geometri. Dissi subito ai ragazzi che non intendevo farne dei missionari. Dissi subito che la prima cosa religiosa da tener presente è il rispetto della propria vita e ogni momento di relazione sincera con il prossimo. È religioso e sacro stringere una mano, offrire un caffé, abbracciare un amico per condividere un lutto, rispondere a un saluto, rispettare le precedenze, e le leggi umane che non sono contro l’uomo. Ma soprattutto amare e saper perdonare. Inutile insegnare religione senza aver fatto capire queste verità. Così, nelle aule dell’Istituto, ai giovani distratti, alle ragazze intente a maneggiare ferri per maglie ho presentato il Gesù dei Vangeli “qui coepit facere et docere”.Perché bisogna dare esempio di vita prima di tentare di offrire una lezione fatta di parole. Ma poi mi sono accorto che non era questa la mia missione. Per sole nove ore alla settimana dovevo essere a disposizione tutti i giorni, senza poter svolgere la mia testimonianza di francescano. Dopo il terzo anno ho rifiutato insegnamento e stipendio che mi facevano sembrare un impiegato. Però l’ora di religione è indispensabile perché la nostra società, compresi i sommi politici e anche molte persone responsabili di cose religiose, è paurosamente ignorante in materia religiosa. Si disprezza la Chiesa, si apprezzano le varie sette, si danno giudizi scandalosamente pesanti solo per gusto di apparire protagonisti. Una volta si chiedeva se esistesse Dio, ora si dovrebbe chiedere se esistono i cristiani. Nella Custodia francescana le Scuole si trovano in Israele, Giordania, Cipro, Egitto, Libano. Le Scuole e i Collegi sono 16, con un totale complessivo di oltre 10.000 alunni fra cattolici 60% (latini, greci, armeni, siriani, copti, maroniti, caldei), non cattolici e non cristiani il resto di 40%. Molti non cattolici e moltissimi musulmani preferiscono le scuole francescane perché sono rispettose delle loro scelte e danno un panorama oggettivo della fede nel mondo. Gli stessi Stati, non cristiani, apprezzano le scuole della Custodia fino a garantire un sovvenzionamento fino al 70%. Imparino i politici italiani!
7) Il problema dell’emigrazione ed immigrazione; c’è qualche episodio particolare di cui sei stato testimone?
A me pare che su questo problema si faccia mastodontica confusione. Durante il periodo di terremoto dell’Irpinia affidarono al nostro convento l’ospitalità temporanea per una famiglia di cinque persone. Non si poteva di più. Sono state in convento sei mesi come facenti parte della Fraternità in ogni necessità. Poi, dopo la ricostruzione della loro abitazione sono ritornati tutti a casa loro. Non ci siamo lamentati se nessun politico ci ha visitati o offerto un aiuto economico come solennemente promesso, né quando ci siamo accorti che hanno portato con sé anche coperte e lenzuola della Comunità. Però è stata tutta una emergenza. In Italia c’è il rischio che fra cento anni gli italiani si ritroveranno ospiti in casa loro. Forse non avranno nemmeno una casa e dovranno abituarsi ad ereditare dai nuovi occupanti il servizio dei lavavetri ai semafori delle città.
Cool Quale è stato – secondo te – il momento di maggiore splendore della Chiesa?
E quello di maggiore ombra? Il primo maggiore splendore della Chiesa è stato il momento in cui essa è nata dal costato di Cristo forata dalla lancia del soldato romano. Poi tutte le volte che gli apostoli sono stati villaneggiati per il nome di Cristo. E poi ancora ogni volta in cui un cristiano veniva sbranato dai leoni nel circo Massimo di Roma. E nel corso dei secoli e oggigiorno tutte le volte che si ridicolizza il Mistero della Croce, del Sacramento della Eucaristia, la figura del Papa. La grandiosità dei raduni, le manifestazioni oceaniche non appartengono alla grandezza della Chiesa ma al mistero di Cristo: questa è il suo splendore. Anche Gesù ha sfamato migliaia di persone e ha annunziato le Beatitudini ad una folla impressionante, ma poi si ritirava in preghiera per completarne la grandezza. È splendore della Chiesa quando un sacerdote poverello di questo mondo, obbedendo al comando di Gesù: Vi do il potere di rimettere i peccati, nel silenzio e nel segreto di un confessionale alza la mano guidata da Dio per assolvere anche il più grande peccato. Non è questa grandezza e mistero di fede insieme? I momenti peggiori sono causati dalle umane debolezze dei suoi uomini, anche migliori. Gesù scelse i suoi primi uomini e qualcuno ha avuta una grande debolezza. Oggi ci sono ancora tanti che, in percentuale anche maggiore, continuano ad avere debolezze che sembrano offrire ombre alla Chiesa di Gesù. Ma la Chiesa è Lui con tutto il suo Corpo mistico che sono i cristiani dell’intera umanità.
9) Papa Giovanni Paolo II: perché il suo pontificato è stato così grande? Quale è stata la tua emozione quando l’ hai incontrato?
Non sono mio ad affermare che il pontificato di Giovanni Paolo II è stato così grande. Lo hanno affermato gli uomini di ogni razza o popolo, nazionalità o fede, uomini, giovani e fanciulli. Ma tu chiedi il perché: perché il mondo ha cominciato ad avere più speranza, più coraggio, perché questo Papa che ha soffiato sul mondo il respiro di Dio, il cuore degli uomini si apre a Cristo. Perché ha scosso le seggiole dei potenti, ha dato coraggio ai perseguitati e agli ultimi, ha tuonato contro le ingiustizie, ha amato tutti, specialmente i giovani, con un cuore di fanciullo. Con altri due miei confratelli ho ricordato ai suoi piedi il 50° del mio sacerdozio nell’aprile del 2004. La mia emozione: una tenerezza infinita, uno stimolo profondo alla fede. Difficile dimenticare.
10) …e Benedetto XVI?
Ogni Papa è figlio del suo tempo e regge la Chiesa in persona Cristi. È degno successore di un grande. Perciò non è stato difficile volergli bene, per la sua semplicità, per la sua dottrina, per il suo coraggio, per la sua fede.
11) Se diventassi Custos Terrae Sanctae, quali sono le prime cose che faresti?
Saprei subito cosa non fare. “Quando sei chiamato, non scegliere il primo posto”: lo ha detto Gesù.Allora fare come Francesco: cercherei un dialogo impossibile con i moderni sultani del mondo. Ma poi mi accorgo che i moderni sultani non hanno niente a che fare con Melik el Kamel, che era sì maomettano, ma nel profondo, avendo ricevuta tanta impressione da un cristiano diverso dagli altri (che sarebbero stati presto martirizzati), aveva tanti valori nascosti vicini a quel Cristo che altri suoi sudditi dichiaravano nemico. E poi sono certo di non diventare mai Custos Terrae Sanctae!
12) Quali sono le tue aspirazioni di sacerdote?
Ho pregato: Turba, Signore il nostro gioire, riempi di gioia il nostro soffrire. Questo è stato il segreto della Letizia di Francesco. La mia aspirazione è offrire la conoscenza di Cristo, perché conoscendo bene Cristo, lo si possa riconoscere nei poveri e negli ultimi. Conservare lo stupore di fanciullo per le meraviglie del creato. Sono felice di stupirmi della natura, delle creature piccole e grandi, degli uccelli, dei fiori, mentre gli intelligenti e i sapienti della terra fanno i distratti e viaggiano nella vita come i borsoni sul portabagagli delle auto, senza accorgersi delle grandezze e delle opere disseminate lungo il nostro umano cammino. Ho voluto completare di getto la tua richiesta nella vigilia della Festività di San Francesco. Se avessi aspettato ancora qualche giorno, avresti dovuto attendere non so quanto tempo ancora. Mi affido alla tua pazienza e comprensione Castellana 3 ottobre 2007 Pace e bene fra Pio d'Andola. 
Valter Ik7tab


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Re: Radioamatori che hanno fatto la storia!

Messaggio Da IK7TAB il Dom Apr 02, 2017 10:48 am



Vi posto questo video di Padre Pio D'Andola invitandovi a visionarlo. Grazie e 73 de Valter Ik7tab
https://www.youtube.com/watch?v=bgLOVRUxsDw


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Re: Radioamatori che hanno fatto la storia!

Messaggio Da IK7TAB il Dom Apr 02, 2017 10:44 am




Biografia di padre Pio D'Andola

Padre Pio, nasce a Volturino (Foggia), paese a circa 750 metri d'altitudine, sulla strada che porta da Foggia a Campobasso, il 23 aprile del 1931. Ordinato sacerdote nell'aprile 1954 viene inviato a Napoli per lo studio delle Scienze. Sostiene un esame nel 1956 presso il Ministero delle Poste per diventare Radioamatore con il nominativo i7DN; in Aprile del 1959 a Napoli si laurea in Scienze naturali; A Castellana Grotte, nel 1959, fa il Maestro dei Fratini nel Collegio Serafico; nel 1965 fa l'esame per diventare Geometra; È stato per tanti anni Padre Guardiano del Santuario "Maria S.S. Della Vetrana" a Castellana Grotte. Ha collaborato strettamente con la Delegazione di Roma, sia per la guida dei pellegrini (circa quattromila) sia per l'organizzazione logistica dei programmi, stampe dépliant, propaganda, giornate. In questi ultimi anni in Terra Santa ha sostato per qualche mese sia a Nazaret che a Gerusalemme per sistemare impianti di amplificazione in chiese, impianti TV e collocazione di cavi per Internet nello Studium Biblicum, creando una associazione di volontari e accompagnando volontari a potare gli alberi, costruire romitaggi, continuare l'opera di sistemazione di impianti interni di elettricità, di idraulica, di muratura, intonacatura,ecc. All'età di 8 anni è allievo del Maestro Giovanni Spallone per la banda musicale di Volturino. Il padre, Pasquale, faceva il sarto ed aveva un negozietto di merceria. La sua famiglia era così numerosa che era conosciuta con il soprannome “quelli dell'8 settembre” perché ricordavano la lunga serie di statue dei santi che accompagnavano la solenne processione della Madonna che si faceva in occasione della Natività di Maria. La svolta nella vita di Gaetano avviene una sera, dopo il vespro. Padre Giacomo Melillo passeggiava quella sera nei pressi della casa di Gaetano. Pasquale, il padre di Gaetano, lo salutò e bastò un suo sorriso per soggiogare il ragazzino. Dopo aver frequentato un solo giorno i banchi della quinta classe elementare, decise di mollare tutti i suoi interessi per incontrare il frate. Il 9 ottobre del 1941, entrò nel Collegio serafico di Ascoli Satriano (Foggia), dove fu accolto proprio da padre Giacomo. Tempo qualche mese e si accorse, come capitò a padre Agostino Gemelli, di essere nato francescano. A quindici anni su un carretto trainato da un mulo, Gaetanino, così lo chiamavano, raggiunse il noviziato dei frati minori a Casacalenda (Campobasso). Affascinato dalla figura di Papa Pacelli, il ragazzo di Volturino scelse come nome religioso quello del grande Pontefice. Qualche anno dopo, Padre Pio passa al Convento di San Marco in Lamis, vicino a San Giovanni Rotondo, dove allora viveva il frate stigmatizzato del Gargano. I pochi chilometri che separano San Marco in Lamis da San Giovanni Rotondo consentivano di fare frequenti passeggiate e tanti incontri con la comunità francescana cappuccina, e, naturalmente, con Padre Pio. Il Padre guardiano Agostino da San Marco in Lamis, garantiva sempre un'incontro riservatissimo con lui, che si intratteneva in gustosa conversazione nel corridoio del conventino o in un vialetto del giardino. La tradizione permetteva che ogni anno, nel periodo pasquale, si scambiassero gli inviti a mensa con i confratelli cappuccini. Durante il pranzo, i giovani goliardi eseguivano dei canti polifonici che Padre Pio seguiva molto divertito. Gaetano (ormai fra' Pio) ha avuto alcuni incontri personalissimi con il frate delle stigmate, che l'hanno convinto della sua genuina semplicità, della sua francescana schiettezza. Un compagno di fra' Pio, nel presentarlo a Padre Pio, gli disse che Gaetano si chiamava fra' Pio. ”Ah! Allora dobbiamo farci santi tutti e due”, aggiunse Padre Pio, assai compiaciuto. Il nome “Pio” cominciò a pesare facendolo sentire a disagio ogni volta che si recava a San Giovanni Rotondo. Una volte Padre Pio esclamò in dialetto paesano: ”Ah! Mbè,guagliò,: pùrtete buono e nummè fa scumparì, sennò càgnete nomme”” {Poco enciclopedico, traduzione dei termini dialettali necessaria}. Un altro episodio tutto personale di Padre Pio è quello vissuto il 15 giugno del 1956, quando suo fratello Armando di soli 23 anni, sconfitto da un terribile male, gli chiese di ricevere una benedizione da Padre Pio. In lambretta, con il fratello Pietro raggiunsero San Giovanni Rotondo. Padre Pio li ricevette nella sua cameretta, li benedisse e, dolcemente disse secco: “Domani stesso avrete un angelo che pregherà per voi in Paradiso”. In tutti questi anni, Padre Pio, ha vissuto il 16 giugno come ricordo di un fratello volato in cielo con la benedizione di un Frate, che proprio il 16 giugno avrebbe ricevuto il riconoscimento solenne della sua santità sulla terra, ma pure la compiacenza di tutti i santi che sono in Paradiso, compreso il diletto fratello Armando.
Queste sono una parte del racconto che Padre Pio D'Andola fa, durante un'intervista, al giornalista Arturo Capasso, il quale, la riporta integralmente nel suo libro, al primo capitolo, Il mio Gesù. Padre Pio ha conosciuto Arturo Capasso, che è morto nello scorso agosto del 2009, durante un recente ed indimenticabile pellegrinaggio in Terra Santa. Arturo Capasso dice che Padre Pio D'Andola era sempre molto attivo ad illustrare i luoghi di Gesù ed integrava, con passione e grande spiritualità quanto dicevano le guide ufficiali. Al ritorno da quel pellegrinaggio, Arturo Capasso ha inviato a Padre Pio le sue osservazioni su quel viaggio e da allora sono diventati amici. Padre Pio risponde ad Arturo Capasso raccontandogli un episodio della sua vita molto toccante e significativo. ” Ebbene, racconta Padre Pio, anni addietro, durante un mio soggiorno in un convento di Londra, talvolta la sera preferivo sostare presso una famiglia di un italiano che si chiamava Damiani e aveva al piano terra della sua abitazione una trattoria familiare. Aveva sposato una donna inglese e aveva una figliola ancora adolescente. Una sera mi fermai anche a cena, perché il giovedì era il suo giorno di riposo. Durante la cena, essendo soltanto in quattro persone, mi accorsi che a fianco al tavolo era posta una sedia in più. Curioso di saperne il motivo, chiesi se ci fosse qualche altro invitato. Mi rispose: Lasciamo sempre il posto a Gesù. Accennai: “Ah, certo”. Rimasi stupito e mi accorsi di arrossire non essendo preparato a quella risposta. Dopo qualche minuto si sentì picchiare alla vetrina. Il signor Damiani mi disse con semplicità: “Te lo dicevo, ecco, è arrivato Gesù”. Era un barbone. Prese posto a tavola e fu trattato come fosse uno di famiglia. Questa è stata per me una lezione che vale più di un quaresimale”.
Nel Seminario francescano prende confidenza con ogni tipo di strumento che gli capitava tra le mani. Ha, più volte, collaborato con la Schola Cantorum “Don Pietro Giannuzzi” ora “don Vincenzo Vitti” sia come cantore (nel 1962 andò a Loreto con la corale che partecipò alla Rassegna internazionale delle Cappelle, cantando con i tenori secondi). Quando la corale, qualche volta si è trovata in difficoltà con l'organista, ha fatto da sostituto organista nell'esecuzione delle Messe di Lorenzo Perosi e quando la corale si è trovata senza Direttore, ha anche diretto la corale senza difficoltà alcuna. Nel 1970 ha installato una radio locale per la trasmissione giornaliera delle sacre funzioni dalla chiesa del Santuario “Maria SS.della Vetrana” e anche in collegamento con la Chiesa Matrice del paese. In alternativa vengono trasmesse musiche sacre. Al computer scrive musiche e prepara la rivista del Santuario "Laudato Sie" che contiene: storia locale, Teologia, Mariologia, Missioni, con una rubrica di Terra Santa per il Commissariato (eretto il 26 marzo 1998).
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Re: Radioamatori che hanno fatto la storia!

Messaggio Da IK7TAB il Gio Mar 02, 2017 2:09 pm

Buonasera a voi radio operatori sto per inserirvi un Link. Vi chiedo di leggerlo.

FR. ATTILIO PELLEGRINI

http://dg.saveriani.org/it/comunicazioni/pubblicazioni/in-memoriam/item/pellegrin-fr-attilio


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Re: Radioamatori che hanno fatto la storia!

Messaggio Da IK7TAB il Gio Mar 02, 2017 1:18 pm

ADDIO A DON CARMELO FRANCESCONI, IL PRETE RADIOAMATORE AMICO DEI MISSIONARI

Il Vescovo Lauro Tisi ai funerali del sacerdote morto a 90 anni " Da lassù attiva le onde radio e prega per la nostra chiesa ".
ROVERETO. " Caro Don Carmelo, da lassù attiva le onde radio e prega per la nostra Chiesa alla quale hai avuto bene qualcuno prenda il tuo posto...
Ma il paradiso è qui se smettiamo di farci la guerra e chi chiamiamo fratelli e sorelle... "
Con queste parole l'arcivescovo Lauro Tisi ha salutato nella chiesa di Lizzanella Don Carmelo Francesconi scomparso all'età di 90 anni.
Don Carmelo era un sacerdote " particolare " non fosse altro per la sua passione di radioamatore che lo impegnava, quando le attività pastorali glielo consentivano, parecchio tempo.
Originario di Lizzana è stato ordinato presbitero nel 1951, quindi Viceparroco a Lavis 1951 - 1952; poi Condino 1952 - 1955 e quindi Bolzano 1955 - 1958.
Per alcuni anni 1958 - 1964 in Curia ufficio catechistico e poi parroco Vallarsa e Camposilvano 1964 - 1971; Pedersano 1971 - 1976; Trento segretario del museo diocesano 1976 - 1971; poi tornerà in Vallagarina a Lizzanella dove è scomparso.
Alla fine degli anni 50 aveva sostenuto l'esame per diventare Radioamatore a Venezia per poi iscriversi nella sezione roveretana dell'Associazione Radioamatori.
" Don Carmelo - ricorda il vicepresidente Silvano Bilager - svolgeva un'attività importante ed è sempre stato attivo all'interno del gruppo fino a pochi anni fa.
Mi ricordo che verso le 17 tutti i giorni si metteva in collegamento sulla frequenza dei 20 metri con i missionari in Africa e in America Latina per farli sentire partecipi della comunità trentina e per mandare loro aiuti necessari ".
Don Carmelo è stato ricordato per la sua figura sacerdotale dell'arcivescovo che ne sottolinea l'impegno e l'amore verso la Chiesa.
" Un uomo che guardava oltre i confini, aveva l'animo missionario di chi andava oltre, di chi non metteva confini all'amore... Don Carmelo ci lascia una splendita lezione d'amore come le sue meravigliose lettere che mi sciveva...". Valter Ik7tab.


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Radioamatori che hanno fatto la storia!

Messaggio Da PU7MKI il Gio Mar 02, 2017 7:28 am

A cura di Valter, IK7TAB
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